" Non c'è tenerezza, ti sembra assurdo sperare in un po' di tenerezza!?" la voce strozzata, gonfia delle lacrime trattenute, mi costringe a sollevare lo sguardo dal disegno che sto tentando di portare a termine, il blocco di fogli di cotone che ho sulle ginocchia vacilla e lo tengo in equilibrio con un riflesso istantaneo dell'avambraccio, il pennello carico di colore resta sospeso nell'aria tra pollice e indice, una goccia di blu cola sul pavè e li vedo.
Quel grido di sconfitta non ha turbato solo me, le due bambine che giocherellano indisturbate da un po' con i miei acquerelli si sono voltate all'unisono verso la panchina di fronte.
La più piccina ha abbassato il capo per prima e chiuso forte gli occhi un istante, come a scacciare un'immagine che la infastidisce, fa così anche al cinema, durante le scene che la spaventano, o quando spera di non essere vista mentre gioca a nascondersi, ne sono certa. L'altra invece è indifferente, riprende a disegnare e inzuppa con forza il pennello nella vaschetta del rosso per terminare il contorno del cuore che vuole colorare.
Io riporto gli occhi sul mio disegno ma, senza volerlo davvero, mi ritrovo a seguire la conversazione di questi due sconosciuti, sento salire un peso sul petto che si fa sempre più opprimente, non una conversazione: un monologo.
Lui tace.
Lei dice e piange, senza scossoni.
Lascia che le lacrime scendano silenziose, il trucco che si scioglie è una preoccupazione che non le appartiene in questo momento. Con calma asciuga gli occhi e il naso con un fazzoletto di carta appallottolato e torna a vomitare fuori le sue ragioni, sono piccole attenzioni, all'apparenza stupide, quelle che reclama.
Di botto si blocca e come una sferzata, invoca: "ma tu mi stai ascoltando?".
Tutte le parole appena dette sono ancora a mezz'aria e le immagino ridiscendere adagio, come le foglie in questa stagione, per posarsi di fianco a lei sulla panchina.
Si fermano così alla rinfusa non hanno più il senso che aveva sperato potessero avere.
Sollevo la testa, voglio guardare lui.
Lui aspetta.
Aspetta che passi la tempesta, che il vento si plachi, contro le intemperie non si può far nulla, è la natura che decide e si è inermi di fronte alla sua volontà, allo stesso modo lui appare incapace di difendersi.
Ma lei non è lì a muovere foglie, è lì in cerca di vita, di un motivo per proseguire e allora adesso tace, continuando a tenerlo legato al suo sguardo perché non trovi vigliacche vie di fuga.
Si alza in piedi, prende la borsa, si sporge in avanti e chiama: "Ari! Arianna amore andiamo!"
La piccola disegnatrice di cuori, posa malvolentieri il pennello intriso di colore, con un solo gesto saluta me e la sua amichetta e in un paio di balzi raggiunge la mamma che le tende la mano e gliela stringe.
Le due donne si allontanano nel viale alberato che fiancheggia il laghetto, hanno lo stesso passo, sembrano uguali, solo una più grande e l'altra più piccola.
Lui rimane inchiodato sulla panchina, dalla tasca del giubbetto di pelle nero tira fuori il cellulare, con i gomiti poggiati sulle ginocchia lo contempla, la lieve pressione delle sue dita fa scorrere le immagini, la mascella è serrata.
Mi chiedo se abbia compreso il dolore urlato e fingeva indifferenza oppure se non riesce a trovare neppure una vaga spiegazione a tutte quelle parole.
Lo seguo con la coda dell'occhio mentre stendo il blu per il cielo e lo tiro e lo fondo con il bianco fino a farlo diventare nuvola, lui rimette il telefono in tasca si alza e se ne va. Nella direzione opposta alle due donne.
La panchina è di nuovo vuota, mi sembra di sentirla respirare ci sono pesi che è difficile mantenere anche per una preparata come lei
La piccola vicino a me continua impassibile a colorare un cuore mentre una ragazza va ad occupare nuovamente la panchina, avrà più o meno quindici anni, con la punta delle dita sistema la frangetta mentre butta lo sguardo avanti a se, verso il lago.
Chino di nuovo la testa sul mio acquerello, indugio sulle nuvole e mi sorprendo a scommettere che le sneakers bianche che avanzano sul selciato andranno ad occupare il lato ancora vuoto della panchina con la migliore vista lago di tutto il parco.
"Ho finito, ti piace?" annuncia soddisfatta sollevando il suo bel cuore rosso e mi da la scusa per verificare se le sneakers bianche sono ora sulla panchina, proprio affianco ad una ragazzina con la frangetta.
La mia bocca si piega in un accenno di sorriso nel momento esatto in cui dal fondo della strada vedo arrivare correndo un giubbotto nero di pelle che attraversa il parco per dirigersi di volata nella parte opposta della strada
Forse è ancora in tempo per raggiungerle.
Richiudo colori e pennelli in un sacchetto e li ripongo nello zaino assieme ai fogli di cotone, allungo una mano e lei mi offre la sua mentre con l'altra sventola il cuore rosso ancora umido. Con passo uguale ce ne torniamo a casa.
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